Una premessa. Il tratto distintivo della cosiddetta “seconda Repubblica” (altra locuzione mistificante, che meriterebbe un discorso a parte) è la personalizzazione della politica. Il ruolo dei partiti, fattisi instabili e transitori, si è rapidamente sbiadito: di contro, ha acquistato un rilievo senza precedenti la fisionomia individuale dei protagonisti. Berlusconi non è stato l’inventore di questo fenomeno, anche se lo ha compreso prima e meglio degli altri. A lui si deve un’altra cosa, cioè l’interpretazione del ruolo di leader in chiave scopertamente emotiva. Le prove a riscontro sono innumerevoli. Valga per tutte il coretto “Meno male che Silvio c’è”, intonato da tanti sostenitori e sostenitrici adoranti: un piccolo rituale di devozione verso il capo impensabile in altre stagioni della storia repubblicana.
Non occorre essere specialisti di psicologia sociale per sapere che ogni ostentazione di successo e di popolarità – non importa a che cosa dovuti – produce effetti ambivalenti: da un lato il contagio positivo, dall’altro la reazione ostile. Del resto, la prima battuta pronunciata dall’aggressore di Berlusconi dopo il suo gesto inconsulto (come ha tempestivamente notato il sociologo Guido Martinotti) non è stata “Abbasso il tiranno” o “Viva la libertà”, bensì “Io sono meglio di lui”: e tanto basterebbe per concludere che Massimo Tartaglia appartiene alla razza di Mark David Chapman (l’assassino di John Lennon), non a quella di Lee Harvey Oswald o di Gaetano Bresci (uccisori, rispettivamente, di John Kennedy e di Umberto I). Ma la destra ha cercato di trarre il massimo vantaggio politico possibile dall’episodio, senza esitazioni e senza scrupoli. Di qui la campagna di denuncia dell’odio, tanto più gesticolante e chiassosa quanto più pretestuosa e manipolatrice.
Intendiamoci. Non è che manchino, in una parte dell’opinione pubblica italiana, sentimenti di avversione nei riguardi di Berlusconi: sarebbe stupefacente il contrario. La mistificazione consiste nell’accomunarli nella categoria dell’odio, cioè in un’ostilità cieca e distruttiva, che si vorrebbe prodotta da malanimo, invidia, fanatismo: il che equivale a bollare tutti quanti avversino Berlusconi come facinorosi mestatori, nemici della pace e del bene pubblico.
Ora, i motivi per cui è possibile non amare Berlusconi sono svariati. C’è ad esempio chi, non avendo particolare interesse per la politica, prova semplicemente insofferenza verso un uomo vanesio e pieno di sé, che assume spesso atteggiamenti sconvenienti o volgari (senza per questo aver mai provato alcuna tentazione di tirargli contro una miniatura del Duomo o del Colosseo). Ma il sentimento principale che anima la parte del Paese – tuttora, purtroppo, minoritaria – che osteggia Berlusconi è un altro. Non una generica, epidermica antipatia, né l’odio gratuito e malvagio che le imputa la propaganda governativa: bensì l’indignazione.
Anche l’indignazione, come l’odio, implica un risentimento profondo. Anche l’indignazione si può a volte intrecciare con la collera fino ad assumere il carattere di un’impazienza esacerbata, di una furiosa esasperazione. Ma a differenza dell’odio, che riguarda soltanto la sfera affettiva (e che quindi può nascere anche da un’istintiva e scomposta aggressività), l’indignazione ha origine da un giudizio critico. Ci si indigna di fronte a discorsi, azioni, comportamenti che vengono giudicati, a seconda dei casi, impropri, iniqui, ignobili, e perciò meritevoli di vibrante riprovazione e di ferma condanna. Da questo punto di vista la capacità di indignarsi è una componente assolutamente indispensabile e irrinunciabile della virtù civile. Una nazione che parla la lingua di Dante Alighieri non dovrebbe mai scordarselo.
Ecco, in sintesi, il progetto comunicativo che la destra berlusconiana ha tempestivamente ordito per cavare un tornaconto dall’aggressione di Piazza del Duomo: cancellare la differenza tra l’indignazione (motivata e argomentabile) e l’odio (viscerale e maligno). Abolire una categoria del giudizio fagocitandola nella sfera emotiva. Un istruttivo esperimento di semplificazione linguistica, oltre che politica: un bell’esempio di quella che George Orwell ha battezzato “neolingua”.
Per contrastare questo piano non occorre rileggersi la Commedia o 1984 (cosa peraltro sempre raccomandabile). Basta un po’ di memoria: basta non dimenticarsi fatti che risalgono a ieri o a ieri l’altro. Un esempio. Poco più di tre mesi fa metà settembre 2009 – sei militari italiani vennero uccisi in un attentato a Kabul. Seguì unanime condanna da parte delle forze poltiche, senza differenza tra maggioranza e opposizione. Dieci giorni dopo, a Milano, durante il comizio di chiusura della festa del suo partito, Berlusconi inveì contro “l’opposizione che inneggia a meno sei”, senza dire che quel “meno sei” (inqualificabile, certo) altro non era che una scritta vista su un muro. “Vergogna! Vergogna! Vergogna!” vociò Silvio dal palco, tra la folla in delirio: e le parole risuonarono nei notiziari della sera, alla radio e in tv. Prove tecniche del Partito dell’Amore, probabilmente.
Seguirono il giorno appresso, come da copione, le usuali postille e le pallide palinodie dei portavoce. Ma ecco: l’indignazione suscitata da quelle esecrabili parole non aveva proprio nulla a che vedere con l’odio. Era, al contrario, un bene prezioso, necessario a un’autentica concordia nazionale. Speriamo di riuscire a preservarlo; nel nuovo anno, e nei prossimi.
Mario Barenghi - Calco